
Come le Wunderkammern di una volta, ospitali fino ad essere
onnivore, le sale dello show-room di Cadore, accolgono
ora un assortimento di mirabilia che definire collezione
sarebbe improprio. Guarnite di un soggetto dominante, la
Cucina, ma prive di una tematica circoscritta, in un filo
d’Arianna che ha accumulato nel corso degli anni i prodotti,
obbedendo ai sapienti capricci del Caso, essa la si potrebbe
definire piuttosto un’anticollezione: il frutto di incontri
fortuiti, di folgorazioni, di colpi di fulmine. Grazie ai quali
si sono allineate l’una accanto all’altra, come in un museo
immaginario, cucine barocche e neoclassiche, rinascimentali
e campagnole, come certi ritratti di dame della Parma borbonica
o di gentildonne del Lombardo-Veneto. Nè manca
nell’osservare queste creazioni, siano esse le più autorevoli
o le bizzarre, le cruciali o le marginali, una certa dichiarata
sensualità dello sguardo, soprattutto se riletta nella curiosità,
che è tratto storico di Cadore.

La scelta di rinnovamento nella continuità
che contraddistingue questo nuovo lavoro,
può essere inserita, se vogliamo, nei concetti
di “cultura dello sguardo”. Cultura
dello sguardo, perchè quelli dell’artigianalità
sono tra i segni privilegiati nel mondo e
a modo loro sempre e comunque consacrati.
Leggerli nella stratificazione del tempo e
nelle solidificazioni del gusto, è comprendere
che vivere un’identità è attraversare un
sistema di relazioni, di rapporti, di incroci
in continua evoluzione e continuamente
uguali, nella radice, a se stessi. Questa è,
infine, la nostra cultura. Dunque, un’idea -
complessa, composita, sempre fluente e in
trasformazione - di bellezza che diviene una
radice di identità: uno sguardo, appunto,
che è nato e si riconosce in una cultura. A
Cadore interessa quella cultura che pecca di
classicità, di eleganza antica in una puntigliosa
ricerca del bello e della qualità.
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